Dai lacos de catzigare di Manenzia alla degustazione tra i filari: ad Ardauli un viaggio nel tempo attraverso archeologia, antichi gesti della vendemmia, vitigni del territorio e convivialità.
Ci sono luoghi nei quali il vino non si racconta soltanto attraverso un’etichetta o un calice. Bisogna partire dalla terra, camminare tra le vigne, osservare le rocce e riscoprire i gesti di chi, molto prima di noi, da quei grappoli ricavava il mosto.
Ad Ardauli, nel cuore del Barigadu, questo viaggio nel tempo è ancora possibile.
In occasione della Sagra di San Quirico, una sessantina di partecipanti hanno preso parte a un percorso tra archeologia, vino e tradizioni locali, promosso dal Comune di Ardauli, dalla Pro Loco Ardauli APS, dall’Associazione Paleoworking Sardegna e dall’Associazione San Quirico.
Ad accompagnare i visitatori è stata l’archeologa Cinzia Loi, presidente dell’Associazione Paleoworking Sardegna e responsabile del progetto Lacos de Catzigare, che da anni studia e valorizza gli antichi palmenti rupestri presenti nel territorio.
Nel paesaggio archeologico di Manenzia
Il percorso si è sviluppato nella località di Manenzia, nei pressi dell’importante area archeologica di Mandras e della Tomba Dipinta.
Qui, tra vigne, macchia mediterranea e rocce affioranti, si incontrano i lacos de catzigare: antichi palmenti scavati nella pietra e utilizzati per la lavorazione dell’uva.
Non semplici cavità nella roccia, dunque, ma vere testimonianze di archeologia rurale, capaci di raccontare una cultura della vite e del vino tramandata attraverso le generazioni.
La ricerca condotta negli anni ha permesso di individuare nel territorio di Ardauli decine di questi manufatti. Un progetto di archeologia partecipata che ha coinvolto direttamente anche gli abitanti: nel censimento avviato nel 2020 furono documentati 64 palmenti rupestri, ben 32 dei quali precedentemente sconosciuti alla ricerca scientifica.
Una testimonianza straordinaria di quanto la memoria degli abitanti possa diventare parte integrante della conoscenza e della tutela di un territorio.






Quando la vendemmia ritorna un gesto antico
Uno dei momenti più suggestivi della visita è stato quello dedicato alla dimostrazione della pigiatura.
Davanti ai partecipanti sono tornati a vivere gesti che appartengono alla memoria della civiltà contadina.
Il palmento tradizionale era generalmente formato da due vasche comunicanti: sa pratzada, più ampia e poco profonda, dove avveniva la pigiatura, e su lacu, posto più in basso, nel quale il mosto arrivava per gravità.
I grappoli venivano raccolti e l’uva sistemata in sacchi di tessuto a maglia larga (in origine in sacchi di lino a maglia larga sas cuneddas) all’interno dei quali veniva pigiata da su catzigadore. Il mosto fuoriusciva lentamente, raggiungendo la vasca inferiore.
La dimostrazione ha consentito di trasformare una spiegazione archeologica in qualcosa di immediatamente comprensibile: non osservare semplicemente una pietra lavorata dall’uomo, ma vedere nuovamente quella pietra svolgere la funzione per la quale era stata realizzata.
Ed è forse questo il valore più importante dell’archeologia sperimentale: restituire vita ai manufatti attraverso i gesti.














Dalla pietra al calice
Ma il viaggio nel vino di Ardauli non poteva concludersi davanti al palmento.
Lasciata l’area archeologica, il percorso è proseguito direttamente in vigna.
Ed è qui che il racconto ha idealmente unito passato e presente.
Tra i filari, con il paesaggio del Barigadu come scenografia naturale, circa sessanta persone hanno partecipato alla degustazione di alcuni vini rappresentativi della produzione del territorio: Nuragus, Vermentino e un blend di uve rosse.
Un’esperienza molto diversa dalla classica degustazione organizzata all’interno di una sala o di una cantina.
Bere il vino nel luogo nel quale nasce permette infatti di osservare il terreno, le vigne, il paesaggio e di comprendere quanto ciò che troviamo nel bicchiere sia il risultato non soltanto di una tecnica enologica, ma di un rapporto continuo tra ambiente e lavoro dell’uomo.
Dopo aver osservato gli antichi sistemi di trasformazione dell’uva, quel calice bevuto tra i filari assume inevitabilmente un significato diverso.
Il vino diventa così un elemento di continuità: cambia la tecnologia, cambiano gli strumenti e cambiano i metodi di vinificazione, ma rimane il legame con la terra.













Il vino come racconto del territorio
È proprio questa relazione tra passato e presente uno degli aspetti più interessanti del progetto Lacos de Catzigare.
Il paesaggio vitivinicolo di Ardauli conserva ancora vigneti tradizionali, antiche varietà e una biodiversità agricola che rappresenta non soltanto un patrimonio agronomico, ma anche culturale.
Ogni vitigno racconta infatti l’adattamento dell’uomo all’ambiente, le scelte compiute dalle generazioni di agricoltori e una storia produttiva che si è sedimentata nel territorio.
Non sorprende quindi che il progetto abbia ottenuto riconoscimenti anche fuori dalla Sardegna: nel 2023 ha ricevuto a Tolosa il Prix de la Recherche en Archéologie du Vin, dedicato agli studi sull’archeologia della produzione vinaria.
Ma probabilmente il risultato più importante è quello che si percepisce partecipando a iniziative come questa: l’archeologia esce dagli ambienti specialistici e torna a essere patrimonio della comunità.
E alla fine tutti a tavola
















Il percorso non poteva che terminare secondo una delle più antiche regole dell’ospitalità sarda: sedersi insieme a tavola.
La giornata è proseguita infatti con la cena organizzata dalla Pro Loco di Ardauli nell’ambito dei festeggiamenti per San Quirico.
Ravioli, salsiccia e naturalmente buon vino hanno accompagnato l’ultima parte della serata, trasformando una visita archeologica in un momento di incontro e condivisione.
Ed è forse proprio questa la chiave per comprendere il successo di esperienze di questo genere.
Archeologia, paesaggio, vino ed enogastronomia non vengono proposti come elementi separati, ma diventano parti dello stesso racconto.
Si parte da una vasca scavata nella pietra, si osserva l’uva trasformarsi in mosto secondo gesti tramandati per generazioni, si attraversano le vigne e infine si porta il vino al bicchiere e il cibo sulla tavola.
Dalla pietra al calice, e dal calice alla convivialità.
Ad Ardauli il passato non viene semplicemente conservato: continua a raccontare il territorio e, soprattutto, diventa un’occasione per viverlo.
Foto e testi © Bruno Atzori

